
LE CINQUE ETA’
Luciano Peirone
Psicologo Psicoterapeuta
Presidente di ANTHROPOS (Centro di Psicologia Psicoterapia
e Scienze della Salute).
Docente di Psicologia e Psicosessuologia all’Università
della Terza Età. Torino.
LA VITA E' UN CICLO
La vita è un ciclo: parte da zero, e a zero
ritorna, con una curva che dapprima sale e poi scende.
La vita non è una linea retta: il punto di arrivo
non è diverso dal punto di partenza. La vita è una curva,
una curva chiusa: in ogni momento ogni punto è differente dagli
altri punti, tranne che per quello iniziale e per quello finale. L’inizio
e la fine coincidono.
Inizio, evoluzione, involuzione, fine. E il ciclo si
percorre una sola volta. Si parte dall’inorganico, ci si sviluppa
nell’organico, si ritorna nell’inorganico. “Pulvis
es, et in pulverem reverteris”: da polvere a polvere, ed il
ciclo si compie.
Il ciclo di vita: criteri
di classificazione
Di questo percorso (terreno e ciclico) esistono varie fasi ed almeno
un paio di fondamentali criteri di classificazione.
In accordo con il primo criterio - che si può
denominare ”culturale-funzionale” (legato cioè
al senso psicologico, nonché alle funzioni che si esplicano
ed alle cose che si fanno) - si può parlare di tre età.
Nella “prima età”
si apprende. Dal punto di vista psico-culturale, si costruiscono le
percezioni e ci si orienta nel mondo esterno. Si vive in una tipica
modalità di input.
Nella “seconda età”
si mette a frutto quanto si è in precedenza appreso. Si passa
dalla teoria alla prassi, dalla conoscenza all’azione. Si applicano
gli strumenti e si diventa operativi. Il bagaglio cognitivo viene
applicato e si cerca di modificare il mondo esterno. Si vive in una
tipica modalità di output.
Nella “terza età”
si riflette su quanto è accaduto nelle due fasi precedenti
e, facendo il bilancio, ci si corregge. Dal punto di vista psico-culturale
avviene una operazione di feedback, per cui - alla luce dell’esperienza
maturata in numerosi anni - si tende all’equilibrio ed alla
saggezza. Si vive in una nuova modalità di input ed output,
secondo la quale l’obiettivo principale diventa il mondo interno.
Ci si rinnova nell’identità personale.
In accordo con il secondo criterio - che si può
denominare “crono-biologico” (legato cioè al fattore
tempo ed alle principali caratteristiche biologico-comportamentali)
- si può parlare di cinque età distribuite in un arco
di anni: da 0 a 30 (il giovane, in senso molto lato), da 30 a 60 (l’adulto),
da 60 a 75 (l’anziano), da 75 a 90 (il vecchio), oltre i 90
(il grande vecchio).
Vediamo ora di dare una elencazione sintetica delle
fasi della vita, in un modo che riunisce sia il criterio culturale-funzionale
sia il criterio bio-cronologico, in una classificazione che fornisce
l’essenziale in termini sia di definizione sia di descrizione.
Ovviamente, a causa della notevole sinteticità, le caratteristiche
attribuite ad ogni età sono da intendersi come “tipiche”
(e non “esclusive”), per cui i contenuti classificatori
rispondono a regole di massima comportanti numerose eccezioni.
La prima età
Si va da zero anni a trenta.
Tale ampiezza (sia in termini cronologici sia in termini di fasi comportamentali)
si giustifica in base alle caratteristiche del mondo post-industriale
avanzato, informatizzato, globalizzato: a causa delle particolarità
iperspecialistiche assunte dal processo produttivo, nella prima età
di fatto convergono fattori unificanti che rendono fortemente simili
fra loro condizioni in passato assai diversificate.
La scala evolutiva vede questa ricca successione di stadi: embrione,
feto, bambino (prima infanzia, seconda infanzia), fanciullo, preadolescente,
adolescente, giovane. Proprio quest’ultimo termine è
pragmaticamente utile per riassumere l’insieme: in senso assai
ampio si può denominare tutto ciò “giovinezza”.
La condizione è per l’appunto quella del giovane, ovvero
quella della persona/organismo che “scalda i motori” della
vita.
Si tratta di una fascia d’età non ancora materialmente
ed economicamente produttiva. Si riceve, non si dà.
La prima età è quella dell’inizio, è quella
della nascita. E’ quella del decollo bio-esistenziale.
Per i bambini, gli adolescenti e i giovani tutto è facile,
leggero, veloce.
Il tempo non passa mai, è lento, per cui bisogna in continuazione
riempirlo: giocare e fare per non annoiarsi.
E’ il periodo della fantasticheria, del sogno ad occhi aperti:
non si guarda da nessuna parte, se non al momento contingente.
Si comincia (lentamente) a costruire, ma prevalgono il desiderio e
la speranza rispetto all’obiettività. Il principio del
piacere domina sul principio di realtà.
Sono prevalenti il coraggio smisurato, la certezza irrazionale, la
irriflessiva convinzione nei propri mezzi. Si è presuntuosi
e pronti a sfidare tutto e tutti, anche l’impossibile.
La seconda età
Si va da trent’anni a sessanta.
La condizione è quella dell’adulto, ovvero quella della
persona/organismo che ha raggiunto e mantiene l’apice del rendimento
complessivo.
Questa è la fascia d’età materialmente ed economicamente
produttiva al massimo, in pratica l’unica fascia d’età
finalizzata a produrre nel mondo contemporaneo. Si fa, e in parte
si dà. La funzione di trasmissione culturale e psichica transgenerazionale
vale per lo più a beneficio dello stretto ruolo strumentale
del lavoro, però - più che trasmettere ad altri - si
produce per se stessi, con l’importante eccezione delle cure
“genitoriali” riservate alla prole (comportamento questo
che oggigiorno vale persino nei riguardi dei figli trentenni).
La seconda età è quella dell’assestamento al vertice
bio-esistenziale. Non a caso si parla di “età matura”,
di stadio della “maturità”.
Per gli adulti quasi tutto è facile, leggero, veloce.
Il tempo passa, è veloce, ed è in funzione delle necessità
produttive: agire per un risultato, pensare per pianificare.
E’ il momento della costruzione, e quindi della previsione:
si guarda in avanti. Domina il senso realtà.
Sono prevalenti il coraggio misurato, la certezza razionale, la ponderata
convinzione nei propri mezzi.
La terza età
Si va da sessant’anni a settantacinque.
La condizione è quella dell’anziano, ovvero quella della
persona/organismo che comincia la fase involutiva.
Questa è una fascia d’età che comincia ad essere
non più materialmente ed economicamente produttiva (almeno
ai massimi livelli). Si dà, ma di meno, e si comincia a ricevere.
La funzione di trasmissione culturale e psichica transgenerazionale
vale ancora in parte per il ruolo di leadership professionale, mentre
si sviluppa per il ruolo di “memoria storica del passato”,
per il ruolo di anziani genitori, per il ruolo di nonni.
La terza età è quella dell’inizio della perdita
dell’assestamento bio-esistenziale.
Per gli anziani quasi tutto è difficile, pesante, lento.
Il tempo passa, è velocissimo: si ha la sensazione di non riuscire
a fare tutto.
E’ il momento dei bilanci, e anche dei rimpianti: si comincia
a guardare indietro. Il passato comincia a pesare, a far paura. Riaffiora
la speranza, peraltro sentita come debole.
Vacillano il coraggio, la certezza e l’autoconvinzione. Non
si accettano più le sfide.
Timore, incertezza, e dubbiosità si fanno strada. Si diventa
ansiosi, tristi, irritabili.
La quarta età
Si va da settantacinque anni a novanta.
La condizione è quella del vecchio, ovvero quella della persona/organismo
che accelera la fase involutiva.
Anche questa è una fascia d’età non più
materialmente ed economicamente produttiva. Si riceve, e si dà
ancor meno. Si comincia a diventare un peso, un fardello per gli altri.
La funzione di trasmissione culturale e psichica transgenerazionale
resta viva in qualità di nonni.
La quarta età è quella dell’inizio del tracollo
bio-esistenziale. E’ quella del marcato decadimento.
Per i vecchi tutto è difficile, pesante, lento.
Il tempo è già passato: cresce l’ansia di non
essere riusciti a fare tutto.
Continua il periodo dei bilanci, crescono i ricordi ed il senso di
impotenza. Si guarda sempre più indietro. Crescono il peso
e la paura del passato. La speranza si incrina.
Vengono a mancare il coraggio, la certezza e l’autoconvinzione.
Si rinuncia, e si dovrebbe imparare a rinunciare.
Timore, incertezza, e dubbiosità continuano ad aumentare: si
ha paura. Ansia, depressione e rabbia inquinano l’umore. Peraltro,
se si mette a frutto l’esperienza, si riesce a diventare saggi.
La quinta età
Si va dai novant’anni in avanti (teoricamente
all’infinito, praticamente no). Si vorrebbe l’immortalità,
ma nessuno l’ha ancora trovata.
La condizione è quella del grande vecchio, ovvero quella della
persona/organismo che “spegne i motori” della vita.
Ovviamente, anche questa è una fascia d’età non
più materialmente ed economicamente produttiva. Si riceve,
senza quasi dare più nulla. Anzi, si diventa un peso, un gravissimo
fardello per gli altri. La stessa funzione di trasmissione culturale
e psichica transgenerazionale si affievolisce, ed il beneficio per
le altre generazioni risulta ben poco concreto, quasi solo più
simbolico.
La quinta età è quella della fine, è quella della
morte. La quinta età è quella del definitivo tracollo
bio-esistenziale. E’ quella del conclusivo decadimento. Si è
in fondo alla strada della vita (o, se si preferisce un’altra
espressione, il tutto sta per compiersi); non ci si attende più
nulla.
Per i grandi vecchi tutto è difficilissimo, pesantissimo, lentissimo.
Il tempo non ha più importanza: si vive un eterno presente
sempre più povero di stimoli.
Non si fanno più bilanci, svaniscono i ricordi, il passato
non fa più paura, si è sempre più impotenti,
ma fortunatamente diminuisce sempre più la consapevolezza.
La speranza si annulla.
Coraggio, certezza e convinzione: che cosa sono ormai?
L’umore si acquieta: tutto diventa distante e poco significativo.
Le emozioni, sia positive sia negative, progressivamente perdono impatto.
La pace dei sensi si dispiega in toto.
Giovinezza, maturità, anzianità,
vecchiaia, grande vecchiaia: in un batter d’occhio
“Life is very short”: la vita è molto breve. E
si può coglierne il senso in poche battute.
La prima età risulta caratterizzata da impotenza e dipendenza.
La seconda età vede invece subentrare potenza, indipendenza
ed autonomia. La terza età è potenzialmente il tempo
del rinnovamento, il tempo del rilancio: la libertà dal lavoro
diventa libertà per se stessi, al fine di cercare nuove identità
e nuove relazioni, al fine di rinnovare il Sé e di risocializzare,
al fine di superare il rallentamento delle funzioni muscolari e mentali,
l’impoverimento sociale, l’isolamento, l’insicurezza.
La quarta età è caratterizzata dal riposo, dal declino
e dalla dipendenza (con il tempo che diventa malattia): emergono il
bisogno di sostegno (“altri ti cingeranno le vesti”),
il senso di fragilità, la vulnerabilità. La quinta età
vede la vecchiaia stessa diventare malattia (con gli acciacchi cronicizzati
e ormai senza tempo): ritornano in toto impotenza e dipendenza; l’affievolimento
delle forze converge con la rassegnazione; il diventare “decrepiti”
fa tornare all’origine attraverso il ”rim-bambimento”;
il tutto mentre la non autosufficienza si stempera nella attesa della
morte.
Vivere in salute
il ciclo dell’esistenza
Dopo l’apice raggiunto con la seconda età, lo scorrere
del tempo comporta - inevitabilmente - una involuzione, dapprima lenta,
poi sempre più veloce.
Quale antidoto per questa china discendente? Quale “farmaco
esistenziale” per rallentare l’inevitabile caduta?
Il corpo comincia ad invecchiare per primo. La mente resiste un po’
di più. L’anima, forse, non invecchia mai. Fondamentale
risulta l’azione della mente: se costruita e mantenuta vigile,
attenta, preparata, attiva, operativa, la mente può in misura
non trascurabile aiutare l’essere vivente a percorrere la discesa.
Se si riesce ad essere - con continuità - se stessi, se in
altre parole il fattore tempo viene sostanzialmente neutralizzato
da una identità psichica che permane e continua ad orientare
il comportamento quotidiano (legando fra loro il passato, il presente
ed il futuro; nonché cominciando dalla prima età e proseguendo
sino alla quinta), allora il cammino evolutivo-involutivo trova comunque
una “guida”, una auto-regolazione cognitiva ed emozionale,
in grado di far fronte ai numerosi e diversi problemi esistenziali.
Inoltre, se questo “software mentale” - incentrato sul
Sé - riesce a modulare tanto la salute fisica (cioè
la sanità) quanto la salute psichica (cioè la serenità),
allora - vivendo ogni età nella saggia ottica della salute
consapevole ed operativa - il benessere, pur non potendo sconfiggere
la morte, vince comunque la lotta contro il malessere.
