
Al “popolo” dell’UNITRE
lettera del Dr. Enrico Mazzeo Cicchetti, preside del corso di medicina
Care amiche ed amici,
nella serata dell’inaugurazione del 15° anno accademico
della nostra Università ho creduto inopportuno prendere la
parola, pur avvertendo fortemente il bisogno di esprimervi la gratitudine
per l’ennesimo eccessivo onore riservatomi, celebrando i miei
quindici anni di presenza in mezzo a voi e per il dono che voleva
rappresentare il vostro affetto.
Non l’ho fatto per il protrarsi della serata, per non sottrarvi
altro tempo e, poi, perché sono molto schivo e riservato di
più di quanto possa apparire e, spesso, l’affettuoso
Presidente, con i suoi elogi oltre misura, riesce persino a mettermi
in imbarazzo.
Tuttavia credo giusto trovare altra occasione per esprimere il mio
pensiero su questa “magica” avventura che è stata
l’UNITRE, in questi anni.
Ho scelto, pertanto, di scrivervi per far giungere ad ognuno di voi
il mio pensiero, e la mia gratitudine, dandovi l’opportunità
di “ascoltarmi” scegliendo voi il momento.
Tre considerazioni hanno preso corpo nella mia mente mentre la serata
scorreva, tra ottimi spazi lirici e musicali, le belle parole della
Presidente Nazionale, la sobria relazione del nostro Presidente e
gli interventi di personaggi rituali ottimamente moderati dalla nostra
Preside.
Giunti a 50 anni di vita, quanti sono i miei anni, si esegue, inevitabilmente
ed opportunamente, un bilancio a tutto campo: familiare, sociale e
professionale.
La mia partecipazione, in regime di volontariato, alle attività
dell’Unitre è stata certamente una delle cose più
positive della mia vita, costellata di tanti errori, omissioni e qualche
scelta sbagliata.
Non dimenticherò mai quella sera, all’Hotel Giubileo,
in cui un Uomo semplice ed acuto, conosciuto in quell’occasione,
poi divenuto mio prezioso amico, Sabino Malvarosa, mi attese sotto
un palco, da cui avevo appena parlato, per chiedermi di collaborare
alla nascente Università, accreditandomi capacità di
comunicare.
Questa esperienza mi ha permesso di conoscere meglio questa Città,
in cui vivo, con qualche intervallo, dal 1979, apprezzandone le potenzialità
del suo “tessuto sociale”, spesso in contrasto con una
sedicente “elite culturale” che non sa rapportarsi con
i bisogni della gente, parlando inutilmente a se stessa, in eleganti
stanze chiuse.
Vengo da una famiglia con pochi componenti: oltre mia moglie ed i
miei due figli, mi rimangono soltanto mia madre ed un fratello, che
non vivono a Potenza.
Pertanto, per chi come me non è di Potenza, anche se sono orgogliosamente
e consapevolmente lucano l’Unitre è stato un riferimento
familiare che non avevo in questa Città, spesso stupidamente
provinciale e immotivatamente elitaria. Non è stato un caso
che in occasione di eventi tristi che mi hanno colpito la “famiglia”,
l’Unitre mi è stata accanto con il calore e l’affetto
che sa dare.
Noi, “popolo dell’UNITRE”, amiamo dire: “cultura”
ed “accademia di umanità”.
Nulla di più vero, specie se ripensiamo al percorso che abbiamo
fatto insieme, riuscendo a dimostrare un “teorema” che
avevamo coraggiosamente illustrato all’inizio delle attività:
far uscire la “cultura” dalla “torre d’avorio”
dei “sapienti” per divenire patrimonio di tutti, al servizio
della comunità; evidenziare e valorizzare la “cultura
del vissuto” che è presente in ognuno di noi, indipendentemente
dagli studi certificati.
Nessuna “cultura” può dirsi tale se non si pone,
umilmente, al servizio dell’Uomo, della Comunità, di
uomini e donne che non hanno avuto l’occasione per esprimere
le loro potenzialità, se non giunge a modificare positivamente
il vissuto quotidiano di tutti.
Io sono stato coinvolto ed arricchito dalla vostra cultura, dalla
vostra umanità.
Voi mi avete fatto sentire utile aldilà di quanto avessi immaginato,
arricchendomi come persona e come medico, testimoniando con il vostro
impegno e con il vostro continuo progresso culturale, che dentro ognuno
di noi vi è un “genio” che aspetta l’occasione
per esprimersi e per porsi, cristianamente, al servizio degli altri.
Per quanto ho detto e per quanto ribadisco, per brevità, sono
io che devo a voi un PREMIO; sono io che vi ringrazio per quanto mi
avete dato in termini umani e culturali.
Esprimo l’auspicio che sotto la guida di Silvio, che sa donarsi
agli altri come pochi, in modo esemplare, testimoniando quotidianamente
la fede che ci coinvolge sempre più, nuove persone che ancora
non sanno quanto possono ricevere da questa Associazione, forse unica
per sincerità e spontaneità, che ormai ha raggiunto
una valenza sociale elevata che per molti, me compreso, ha un valore
terapeutico.
